Mi sembra
quasi una risurrezione. –
Il sole splende.
M.
Quando finalmente il telefono squilla e annuncia buone notizie!
Uno spazio dove tornare a respirare
Mi sembra
quasi una risurrezione. –
Il sole splende.
M.
Quando finalmente il telefono squilla e annuncia buone notizie!
Pubblicato su “Adista Notizie”
n° 30 del 12 settembre 2026
ANNO A 27 settembre 2026 XXVI DOMENICA DEL T. O.
Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32
Centro del vangelo di questa domenica è il tema della conversione, ben introdotto dalla prima lettura: «Se il malvagio si converte dalla sua malvagità […], egli fa vivere se stesso» (Ez 18,27).
Ma di quale conversione si tratta? Non di un cambiamento di vita in termini morali o – peggio – moralistici. La conversione alla quale siamo chiamati oggi è quella delle parole. Si tratta di dare contenuto a ciò che si dice, non sono ammesse parole vuote per chi si pone alla sequela del Maestro. Come la sua parola è “creatrice” perché realizza quello che dice, così deve essere quella dei suoi discepoli.
Viviamo un tempo in cui le parole sono vuote, ostili, opache, logore. Parole-slogan che hanno perso la loro connessione con un pensiero capace di valutare la realtà e di proporre idee originali. È quanto accade soprattutto nella politica, ma anche nella società così come la osserviamo attraverso i social media. Promesse elettorali, discorsi ridondanti, schemi di comunicazione ripetitivi che trasmettono, a chi prova ad ascoltarli con attenzione e spirito critico, una sensazione di incompiutezza. Il rischio è che questo stato di cose possa trasmettersi, se non è già accaduto, anche alle nostre comunità cristiane. Grazie al cielo però abbiamo l’antidoto: la parola di Gesù. Il senso del vangelo di oggi è tutto qui: basta chiacchiere! Sono i gesti che uno compie a rivelare la verità e la profondità delle parole, così come i segni operati da Gesù (e la sua risurrezione) garantiscono la potenza della sua Parola, forza che si radica nella sua obbedienza al Padre.
È per questo che nel suo confronto con i farisei, ai quali è rivolta questa parabola, Gesù si pone come il discrimine dell’obbedienza alla volontà del Padre. L’obbedienza – lo ripetiamo – non è fatta di parole sterili e disimpegnate tantomeno di un’osservanza esteriore delle “pratiche religiose”. Il discepolato è fatto di scelte concrete e precise. Così il figlio che inizialmente sembra non obbedire al padre incarna quei peccatori scomunicati di cui parlavamo la settimana scorsa: uomini e donne che hanno creduto a Gesù a differenza di coloro che, in maniera più o meno esplicita, lo hanno rifiutato. Credere nel Figlio è obbedire alla volontà del Padre, una fede che cambia il cuore e lo rende sempre più uguale a quello del Maestro. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù», ci ricorda la seconda lettura (Fil 2,5). Nella fede si percepisce l’amore totale e totalizzante di Gesù. Se l’amore è autentico, le parole si riempiono di carne, di cuore, di ascolto, di tenerezza, di empatia e di accoglienza. Insomma, le parole di chi ama sono parole capaci di trasformare il mondo.
Il finale del racconto evangelico sposta l’attenzione su Giovanni Battista. L’intenzione dell’evangelista Matteo è quella di ribadire il tema del rifiuto della predicazione di Gesù come disobbedienza alla volontà del Padre. Il Battista ha già mostrato il vero cammino dell’obbedienza, ha compiuto veri e propri segni profetici e con la sua vita austera ha fatto risaltare la forza della Parola che gli bruciava il cuore. Il precursore è indicato da Gesù, dunque, come modello del vero credente, a differenza dei farisei che – chiusi nella durezza del loro cuore – sono causa della sclerotizzazione della fede e della vita religiosa del tempo.
Il messaggio evangelico allora è chiaro: siamo invitati a pensare le nostre parole per ridare valore e valori al mondo nel quale viviamo, una società sempre più in crisi di testimonianza e coerenza. L’obbedienza che ci è richiesta alla parola di Gesù, lasciando che la sua potenza ci incoraggi ad agire per la costruzione del Regno. Non possiamo più far finta di nulla, delegando ad altri la responsabilità della partecipazione politica e sociale. Non più “chiacchiere e distintivo” ma uomini e donne che testimoniano con segni concreti la forza che nasce da un cuore innamorato.
Maurizio Mariani
Pubblicato su “Adista Notizie”
n° 29 del 5 settembre 2026
ANNO A 20 settembre 2026 XXV DOMENICA DEL T.O.
Is 55,6-9 Sal 144 Fil 1,20c-24.27a Mt 20,1-16
Nei vangeli Gesù agisce sempre controcorrente, soprattutto rispetto al pensiero mainstream dei farisei. Lui accoglie gli ultimi, i reietti, gli scomunicati della società puritana del suo tempo offrendo loro la salvezza, e mostrando loro il senso autentico del Regno dei cieli. Per questo è criticato e osteggiato, per questo è stato condannato a morte.
Anche nel vangelo di questa domenica Gesù sembra cercare lo scontro con i suoi interlocutori. La netta contrapposizione tra il comportamento del padrone della vigna e la reazione dei lavoratori della prima ora ci racconta cosa muove il cuore del Padre e cosa invece offusca quello di alcuni credenti, quelli chi si credono migliori degli altri. Quest’ultimi sono qui presentati come persone invidiose e malevole, al contrario di Gesù che incarna il vero amore di Dio, l’amore-dono che è sempre totale e non tiene mai conto dei meriti personali (ammesso che sia possibile averne e rivendicarli davanti a lui!). La paga è sempre la stessa per tutti proprio perché non è questione di merito ma di tenerezza. L’amore di Dio è totale e non può essere diviso, ecco perché la paga è la stessa per tutti.
I lavoratori della prima ora sono succubi di una mentalità retributiva nel loro rapporto con il padrone che però adotta un’altra strategia: finché non abbandoneranno quella logica, non potranno mai comprendere il linguaggio di Dio, i suoi pensieri che non sono i nostri pensieri (cf. la prima lettura di oggi, Is 55,9). Non è un caso che proprio sul terreno dell’accoglienza delle periferie del mondo e degli scomunicati di oggi (LGTBQ+, migranti, carcerati) si gioca la fedeltà della chiesa al Vangelo. Lo scontro tra le parti è decisamente violento e rivela la differenza delle posizioni in campo: da un lato i mormoratori di professione, coloro che nonostante la chiarezza del Vangelo continuano a sostenere – anche politicamente – la marginalizzazione di chi non è conforme al loro modo di interpretare il vangelo (e quindi di attribuire a Dio pensieri che non sono i suoi pensieri); dall’altro quelli che, fedeli alla chiarezza del Vangelo, aprono le porte e il cuore a tutte queste marginalità, lavorando per l’inclusione e offrendo, attraverso gesti concretissimi, la Parola di salvezza che è il Regno in mezzo a noi, cioè Gesù Cristo che ama tutti indistintamente.
«Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo» ci esorta san Paolo nella seconda lettura di oggi (Fil 1,27a). Per la Chiesa di oggi, dunque, accogliere gli scarti della società, i più poveri, i marginalizzati, i drop-out (come direbbe don Tonino Bello) è una testimonianza fondamentale alla quale non si può rinunciare se non a prezzo di tradire Gesù e la sua parola, tradendo di conseguenza l’eucaristia e il suo corpo che è offerto “per voi e per TUTTI”. Il significato ecclesiologico della parabola è chiaro: da giustificare non è il comportamento del Maestro e di coloro che gli sono fedeli quanto quello di scomodare quelli che pensano di vivere di rendita in ragione del loro dirsi cristiani e della loro presunta fedeltà ai riti e alla dottrina.
Insomma, oggi il Vangelo non fa sconti, non può essere piegato alla salvaguardia della nostra zona di comfort né addolcito da una interpretazione autoassolutoria. Oggi siamo messi di fronte ad una grazia incomprensibile e parificatrice che è il tempo della misericordia del Padre, di fronte al quale ogni uomo e ogni donna si trova nell’identica condizione di chiamato alla conversione e alla fede. Sì, perché in fondo anche i chiamati della prima ora sono degli emarginati, degli autoesclusi ben descritti dal figlio maggiore della parabola del Padre misericordioso. Uomini e donne che vivono nella Chiesa come servi e che hanno smarrito la consapevolezza di essere figli amati, uomini e donne che vivono in una casa la cui unica regola è l’amore. Oggi, proprio ora è il momento della salvezza, il tempo di aprire gli occhi e arrendersi finalmente alla misericordia del Padre.
Maurizio Mariani